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Le nuove regole del mondo digitale

16/10/08 21:33 Archiviato in:Informatica

Immagine 1


Ovvero l’impossibilitá pratica di impedire la riproduzione illegale
.
Da qualche anno a questa parte l'utilizzo dei software di Peer To Peer è diventato ormai comune; su ogni computer è installato un programma con funzioni analoghe a quelle dell'ormai celeberrimo eMule. Ma non è sempre stato così; iniziamo con un po' di storia.

Nel corso deI 2000 un avvenimento di notevole importanza nel mondo della musica on-line, ma che potrebbe avere ripercussioni di portata molto profonda su tutto il mondo di Internet, si è imposto alla ribalta: NAPSTER.
Napster è il nome di una piccola azienda fondata da Shawn Fanning e Sean Parker, due studenti appena ventenni, i quali hanno messo a punto un software che permette a chiunque di scambiare gratuitamente file musicali su Internet.
Sulla scia di Napster si é presto affermata una nuova tecnologia che promette sviluppi ancor più sensazionali: GNUTELLA.

Un po' di teoria
Diversamente da Napster, che utilizza comunque un server centrale per localizzare gli utenti collegati e pronti a scambiare file, Gnutella connette direttamente i computer di tutti gli utenti secondo lo schema di una rete paritetica (peer-to-peer), permettendo lo scambio di file ed informazioni da un disco all’altro.
L’aspetto innovativo che investe la distribuzione digitale della musica é legato allo sviluppo della tecnologia MP3. Alla pari di .bmp o .doc, MP3 é un formato di file.
Messo a punto dall’istituto Fraunhofer in Germania, esso é in grado di comprimere in maniera drastica il formato dei file audio e video MPEG. Mediante MP3 é possibile comprimere un file fino a ridurlo a 1/8 della grandezza originale.
MP3 risulta il formato ideale per comprimere i file musicali con una perdita di qualità assolutamente trascurabile rispetto al CD. Una canzone della durata di 3 minuti in formato MP3 occupa circa 3 MByte: una dimensione tale da permettere il download e Io scambio anche utilizzando un modem e le normali linee telefoniche.
Il formato MP3, se da una parte, facilita il download e la copia della musica, dall’altra le protezioni possibili non sono poi molte, e ormai facilmente aggirate.
Quello che inizialmente avveniva solo per la musica, avviene oggi anche per film e libri.
L’industria dello spettacolo guarda a servizi quali Napster come la morte per il proprio business e sta usando ogni mezzo possibile tecnico e legale per prevalere.
L’idea è quella di mettere in atto una sorta dì prevenzione diffusa della copia dei file digitali, in modo che gli utenti possano vedere o ascoltare il contenuto dei file sul loro computer ma non possano copiano o distribuirlo.


Da un punto di vista pratico la cosa risulta impossibile. Tutto ciò che viaggia sulle autostrade informatiche che concorrono a formare Internet non sono altro che bit, ovvero sequenze di uno e di zero. Per la loro stessa natura i bit sono riproducibili.
Chiunque abbia un minimo di dimestichezza con un file in formato digitale, sia esso testo, musica, video o immagine, sa che è possibile farne quante copie si vuole e utilizzare le copie nel modo che più si ritiene opportuno. E’ questa una legge naturale del mondo digitale che rende la copia e la riproduzione su Internet del tutto particolare e differente dalla riproduzione, ad esempio, di oggetti quali orologi di marca o capi firmati.
Quello che si sta cercando di fare é utilizzare la tecnologia per andare contro una delle leggi naturali del mondo dei bit: il risultato non puó essere che il fallimento.
Tra tutti coloro che utilizzano Internet per lavoro o per semplice divertimento la stragrande maggioranza è rappresentato dai cosiddetti utenti medi, ovvero coloro che per navigare dipendono quasi completamente dal software che stanno usando senza conoscerne il funzionamento in profondità.
Accanto ad essi navigano nel grande mare di Internet anche altre due categorie di utenti: gli hackers ed i cosiddetti pirati professionisti.
Sia gli uni, sia gli altri, seppur animati da motivazioni diverse, hanno ampiamente dimostrato che ogni sistema di protezione contro le copie, anche quelli basati su sistemi hardware, possono essere aggirati e neutralizzati.
Proteggere i contenuti digitali mediante soluzioni che ne prevengano la copia funziona, in prima battuta, nei confronti degli utenti medi e di tutti quegli hackers non in possesso delle necessarie conoscenze. Ma è una strategia destinata a fallire di fronte ad una delle più elementari caratteristiche del software, ovvero la capacità di sommare i contributi provenienti da più parti.
È sufficiente che il sistema di protezione venga neutralizzato da un solo utente.
Egli sarà poi in grado di codificare la sua scoperta in un software di dimensioni spesso contenute in poche decine o centinaia di KByte e quindi distribuirlo a milioni di altri utenti. in questo modo chiunque, anche l’utente medio che non ha approfondite conoscenze di programmazione o di informatica, può scaricare il software da Internet ed utilizzano per aggirare il sistema di protezione.
Questo è quanto è accaduto nel mondo dei giochi per computer e, più in generale, nel mondo dei programmi per computer: su Internet è possibile reperire in diversi siti le chiavi per aggirare i più svariati sistemi di protezione.
Tutti i sistemi possono essere aggirati e, una volta messo a punto lo strumento necessario per ‘forzare’ un determinato sistema di protezione, questo sarà disponibile per tutti gli utenti che vorranno farne uso: contenuti digitali cosiddetti ‘piratati’ saranno facilmente disponibili sul Web e ognuno potrà averne comodamente accesso.


In Conclusione
La soluzione inevitabile per l’industria dello spettacolo è di accettare ciò che appare inevitabile. Un accesso senza restrizioni è la legge naturale di tutti i contenuti digitali e chi riuscirà a far leva su questo aspetto riuscirà molto probabilmente a trarne guadagni e benefici, come dimostrano esempi del passato più o meno recenti.
Le televisioni commerciali si reggono su introiti derivanti dalla pubblicità e al telespettatore non viene chiesto di pagare per i programmi che guarda. Il software cosiddetto Open Source viene distribuito gratuitamente, ma gli utenti pagano per comprare manuali e avere supporto tecnico.
Internet non è la morte del diritto d’autore. Il mondo del business deve prendere atto delle leggi del mondo digitale e creare nuovi modelli che le rispettino, permettendo al tempo stesso di sfruttarne tutti benefici e ricavarne profitti. Cercare di contrastarle è una battaglia persa in partenza.

SmelltheRoses


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